Amos Adler

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Amos Adler da giovane

Amos Adler (Napoli, 7 Settembre 1925 – Posillipo, 13 Agosto 2015) fu un giornalista, filosofo, pensatore, inetto di professione italiano. È famoso per le sue numerose invettive, pubblicate in svariate riviste antifasciste e – dopo la caduta del Regime – testate nazionali, e per il suo romanzo incompleto Anatomia del Quotidiano, ritrovato postumo nello studio della sua villa di Posillipo, dopo il suo suicidio per mano di una pistola.

Biografia[modifica]

Amos Adler nasce a Napoli nel 1925, e della sua infanzia si hanno solo informazioni forniteci dalla sua autobiografia. Nacque in una famiglia di sarti: il padre, Alfredo Adler, aveva ereditato la piccola azienda a conduzione familiare a Mergellina e conobbe la madre di Amos, Arminia Ascher, nel negozio di famiglia, dove lei aveva iniziato a imparare a cucire. I due si sposarono pochi anni dopo l’incontro, e concepirono solo Amos. Durante la Guerra venne trasferito in casa della nonna materna, contadina che abitava nelle campagne molisane. Amos Adler ha scritto di questi anni infantili passati nelle campagne in modo estremamente fantasioso e romanzato, e si dubita addirittura che un tal paesaggio bucolico possa mai esser esistito in Molise.

Infanzia[modifica]

Trascorre i primi anni scolastici da autodidatta, coadiuvato dall’aiuto della madre e del padre nelle materie fondamentali. Presto, i genitori si resero conto che le loro capacità intellettuali avevano che poco a che vedere con le strabilianti doti mnemoniche e deduttive del giovane Amos Adler, il quale mandava a memoria qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Nella sua Piccola biografia ignobile Amos ricorda un episodio divertente nel quale, nell’estate del suo ottavo compleanno, per noia aveva cominciato a mandare a memoria tutti i nomi dell’inventario dei clienti del negozio del padre. In meno di un’ora, Amos aveva creato una melodia che fosse in grado di elencarli tutti in modo ritmico e incisivo, lasciando i genitori stupiti e ammirati: «Piacque talmente tanto la mia canzonetta che, negli anni successivi, i miei genitori m’avrebbero chiesto a più riprese di ricordare loro i nomi dei clienti meno ricorrenti: come si chiamava quello che risiede in via Argine, chiedevano, e dove sarà finito l’indirizzo di quel cliente salernitano, Amos tu lo ricordi?» [1], scrive scherzosamente nelle prime pagine dell’autobiografica.

Adolescenza[modifica]

L’adolescenza di Amos non fu tanto serena quanto lo fu l’infanzia. Venne iscritto alle scuole medie, poiché ormai i genitori s’erano resi conto di non potergli più fornire alcun tipo di istruzione utile. Mai furono più diverse due stagioni della vita come lo furono l’infanzia e l’adolescenza per Adler, ma in entrambe si può ritrovare un filo conduttore che avrebbe accompagnato il nostro autore per tutto il resto dell’esistenza: il profondo senso di solitudine. Da figlio unico, s’era abituato a intrettenersi da solo con giochi inventati da lui, e le sue capacità mnemoniche gli avevano sempre permesso di divertirsi senza la necessità di uscire di casa e giocare col pallone. Per questo motivo, non ebbe mai l’abilità di stringere forti amicizie con i suoi coetanei.
Mentre lui imparava a memoria l’Enciclopedia Treccani sino alla lettera C, i suoi compagni vestivano di nero e sfilavano da Lupetti senza riflettere e con una certa gioia frenetica, tipica di ogni bambino in quella stagione della vita. Ma Amos Adler, ricorderà lui ma ricorderà anche chi l’ha conosciuto personalmente, non è mai stato frenetico né ha mai subìto il fascino delle prove fisiche: arrampicarsi sugli alberi non gli dava piacere, e giocare a pallone lo faceva sudare in modo copioso, cosa della quale lui s’era sempre vergognato molto. Preferiva leggere, parlare delle trame dei suoi libri preferiti e citarne passi a memoria a chiunque volesse ascoltarlo. Più d’ogni altra cosa, in Amos Adler era sempre stata viva la necessità d’esser ascoltato, perché sin dalla più tenera età in lui c’era la consapevolezza d’avere qualcosa di importante da dire. Ma non sapeva ancora cosa.
L’ispirazione cominciò a germogliare intorno agli anni del liceo, quando venne iscritto al Liceo Classico Vittorio Emanuele II con un anno d’anticipo e cominciò a frequentare le frange di resistenza al Regime Fascista. Amos non aveva il fisico né tantomeno la tempra per poter partecipare attivamente alla resistenza. Vedeva le ragazze del liceo femminile attraversare Napoli in bicicletta per fare la staffetta e consegnare informazioni sensibili, e le invidiava. Avrebbe voluto essere parte integrante del meccanismo, e invece il suo corpo esile e la sua personalità gracile lo costringevano a farsi raccontare l’avventura dai suoi occhi affacciati alla finestra del Liceo. Iniziò così a scrivere, a contribuire con articoli anti-propaganda sui giornaletti del liceo. Si firmava sotto falso nome: Gonzalo Garbati. Questo nome ricorrerà frequentemente nella storia letteraria del nostro autore, il quale lo utilizzerà per dare voce al protagonista del suo romanzo incompiuto. In molte interviste fattegli negli anni della maturità, Adler affermerà più volte di aver scelto il nome di Gonzalo Garbati come alter-ego per le sue invettive perché:

«Ero stanco del mio nome ingombrante di semitismo e di sionismo, così come ero sempre stato stufo dell’antisemitismo che ho generato ogni volta che, da giovane, ho stretto la mano di qualche fascista. Mi indispettivano sia la pietà che scaturivano i miei dati anagrafici, sia la crudeltà che hanno saputo generare. Per questo avevo bisogno di un rifugio sicuro: un nome che non si presentasse al posto mio, ma che mi desse la possibilità di parlare di chi veramente ero. In più, concedetemelo, ma ci sono davvero troppe lettere A nella mia famiglia»[2]

disse nel 1968 in un’intervista al giornalista Daniele Scarpa.
Divenuto famoso nell’ambiente della resistenza per le sue invettive e le sue capacità di satira e analisi puntuale, Amos Adler si diploma con un anno in anticipo nel 1941. Scampa fortuitamente alla reclusione nei campi di lavoro fascisti, grazie ad alcuni documenti falsi fabbricati dalla madre Arminia, la quale s’era anche prestata alle staffette, nonostante le continue lamentele da parte del marito Alfredo. Per i due anni che precedettero la caduta del Regime, la famiglia Adler venne perseguitata con ripetuti atti di vandalismo ai danni dell’azienda di famiglia, fino a causare l’infarto di Alfredo Adler, che morì tragicamente nel 1943, alla viglia degli eventi Piazzale Loreto. Gli atti vandalici, i conseguenti problemi economici e la morte del padre vicinissima – troppo vicina – a quella di Mussolini traumatizzarono fortemente la psiche, già fragile, di Amos. Non si capacitò mai di come degli estranei avessero potuto accanirsi così tanto contro la sua famiglia.

Gli anni della maturità[modifica]

Nel 1945 si iscrive alla facoltà di Filosofia all’Università di Napoli Federico II, e cominciò a germogliare in lui l’insistente domanda che, alla maturità della sua vita, diventerà poi patologica: come si può raccontare la quotidiana bestialità degli uomini? Come poteva un uomo come Benito Mussolini essere così tanto esterno alla normalità ed eppure così umano da morire? Come aveva potuto suo padre, Alfredo Adler, un sarto qualsiasi a Mergellina, morire così tragicamente e, contemporaneamente, senza clamore?
Amos Adler aveva iniziato a concepire l’idea che ci fosse la necessità di raccontare la clamorosa vita quotidiana, quella normalità che investe tutti, da Mussolini a un sarto di Napoli, e che rende l’uomo un essere straordinario di per sé. Scriverà nella sua Piccola biografia ignobile: «In quegli anni, avevo finalmente capito quale era la cosa importante di cui aveva sempre desiderato parlare: il futile, l’aleatorio, il quotidiano». Si prefisse lo scopo, e lo appuntò su uno stralcio di giornale che avrebbe conservato nel portafogli per il resto della vita, di scrivere un libro che non avrebbe parlato assolutamente di nulla.
Negli anni dell’università conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie nel 1953: Amanda Attanasio, la prima laureata donna della facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II di Napoli. In lei, Amos trovò la donna forte che aveva visto nella madre molti anni prima, ma anche la rivale che non riuscì a eguagliare. Mentre lui continuava la sua attività di giornalista e completava spasmodicamente il suo romanzo sul Nulla, Amanda sfornava romanzi a profusione: presto divenne scrittrice di punta della Giulio Einaudi Editore, presentata nell’ambiente dalla cara amica di penna Natalia Ginzburg. La produzione della Attanasio, nel catalogo della casa editrice, conta più di trenta romanzi e una ventina di saggi a tema vario su musica, teatro, cinema, e letteratura straniera, con una particolare predilezione per il realismo magico di stampo sudamericano, stile che – si scoprirà infine – avrà una forte influenza anche sul marito.
Il rapporto con la moglie Amanda fu per Amos un rifugio e uno sprone. Di lei, Adler scrive:

«Mi sono ritrovato a chiedermi di frequente se la sua fama oscurasse la mia o se, viceversa, la sua fama abbia in qualche modo influito sulla mia. Ma non m’importa: mia moglie ha avuto la vita attiva che io non ho mai avuto il coraggio di possedere, è l’oltre-donna che mi ha permesso il lusso d’esser me stesso nella forma più alta, e l’ho amata per questo quasi quanto le sono stato grato»[3]

Non ebbero mai figli, a causa dei molti impegni accademici di entrambi.
La stagione adulta della vita di Amos Adler fu movimentata e poco gli permise di concentrarsi sul suo romanzo: in compenso, la sua attività di giornalista e pensatore subì un’impennata grazie ad alcuni articoli fortunati che scrisse per La Repubblica e il Corriere della Sera. Presto, la Attanasio e Adler vennero riconosciuti come la coppia di intellettuali italiani che reggeva le sorti culturali del Paese, spesso paragonati con De Beauvoir e Sartre.

Vecchiaia[modifica]

L’ultima stagione della vita di Adler fu attraversata da una pacifica quiete e un volontario allontanamento dalla scena pubblica: si ritirò a vita privata a Posillipo, dove con la moglie aveva comprato una villa, e si dedicò anima e corpo alla stesura del suo romanzo, senza mai dire pubblicamente a cosa stesse effettivamente lavorando. Rilasciò qualche intervista sporadica, nelle quali ammetteva di aver bisogno di riposo mentale dopo una vita frenetica passata a polemizzare con la politica e l’ambiente borghese italiano, ma ben presto cominciò a rifiutare anche le interviste. Il suo allontanamento divenne reclusione: non usciva neanche più per le sue passeggiate pomeridiane e non lo si vedeva leggere sotto il suo ombrellone al lido principale di Posillipo, non faceva la spesa e si faceva spedire tutto dal corriere a casa. Sua moglie Amanda gli fu sempre vicina, salvo quando doveva allontanarsi per le conferenze e le presentazioni dei libri che ancora scriveva. A Posillipo si narra che le uniche volte che Amos mettesse il naso fuori casa fosse per andare a prendere all’alba la moglie alla stazione degli autobus.
Amanda Attanasio morì nel 2010 nella sua villa di Posillipo, a seguito di un aneurisma. La morte dell’amatissima moglie segnò profondamente la psiche di Adler, che ormai trascorreva le sue intere giornate a compilare fogli su fogli di note per il romanzo. Nella sua abitazione sono stati ritrovati oltre settemila quaderni sfusi nei quali si possono trovare note di personaggi secondari, descrizioni minuziose di supermercati, di vicoli ciechi e ristoranti di periferia. Non vi è una numerazione nelle pagine, per cui fu difficilissimo per gli editori comporre il romanzo come l’avrebbe voluto Adler. Qualche critico sostiene che fosse Adler stesso a non avere in mente un’effettiva numerazione per quelle storie e quegli appunti, e che il caos lasciato dallo scrittore fosse sintomo di ciò che voleva trasmettere nel romanzo: i ricordi della vita quotidiana si affollano nelle nostre teste senza una precisa soluzione di continuità, e così è difficile ricordare dell’ultima volta che si è andati in un ristorante, e di quale anno fosse quando ci siamo persi in un vicolo dove non eravamo mai stati prima[4].
Amos Adler muore suicida nel 2015, nella sua villa di Posillipo. Accanto al cadavere, rinvenuto poco dopo a causa dell’allarme dei vicini che avevano udito il rumore di uno sparo, verrà ritrovato un foglio con poche parole: «Non sono riuscito a vivere la vita ma solo a pensarla, e così ho creato un mondo interiore. Il mio compito qui è finito. Vi prego, quando poggerete i miei resti accanto alla tomba della mia amatissima Amanda, scrivete sulla mia lapide: ‘Non sapeva se credere nell’Io, ma infine divenne Dio’».

L'intervista di Daniele Scarpa[modifica]

Sebbene il giornalista Daniele Scarpa abbia avuto ben poco successo, viene ricordato negli ambienti intellettuali napoletani come colui che, nel 1968, riuscì a trarre fuori dalla mente di Amos Adler: «I principi fondamentali della poetica di un letterato tanto portentoso quanto insondabile»[5].
L'intervista si tenne a Napoli, presso un'aula occupata dell'Università di Napoli Federico II, e conta un totale di tre ore di registrazione: è stata pubblicata dal Mattino nel Settembre del 1968 come editoriale, a cui furono dedicate ben quattro pagine della testata, ed è tuttora conservata negli archivi ufficiali del giornale.
L'intervista si apre con la domanda "Cosa vuol dire leggere?" e si snoda in una lunga serie di domande sulla letteratura, i generi narrativi e discussioni dettagliate sulle grandi influenze letterarie di Adler: Borges, Bolaño, Pablo Palacio, Euripide e Cervantes.
Degna di menzione è la risposta alla prima e più famosa domanda sulla lettura, alla quale Amos Adler risponderà: «Leggere è, per uno scrittore, la mistica essenziale che gli dona l'intuizione sul che cosa voglia dire scrivere»[6].

Note[modifica]

  1. A. Adler, Piccola biografia ignobile, Einaudi 2013, p. 3
  2. D. Scarpa, Intervista a Amos Adler, 1968
  3. A. Adler, Piccola biografia ignobile, Einaudi 2013, p. 230
  4. A. Zucchi, S. Mazzini, L. Mignola, A. Russo de Vivo, Lo splendore del realismo magico italiano, Edizioni Arcoisis 2019, pp. 23-45
  5. R. Guidi, Il Fantastico in Italia nel secondo Novecento, Adelphi 1998
  6. D. Scarpa, Intervista a Amos Adler, 1968